domenica 3 novembre 2013

A proposito di...malattia!

Ognuno di noi ha un patrimonio inestimabile di risorse, basta semplicemente metterle a disposizione di noi stessi. Un noi stessi che, forse per la prima volta ci chiede di “guardarci allo specchio” e riconoscerci, riconoscerci come Identità e non come semplice espressione di una malattia, di un malessere, di una patologia. Ed è da quel momento, da quella presa di coscienza, da quell’acquisita consapevolezza che la nostra vita assume una piega diversa, una connotazione diversa, una dimensione diversa.
È come se tutto ad un tratto si fosse aperto un mondo e noi ci riscoprissimo parte di quel tutto. Ed è come rinascere, ritornare in vita per riassaporare odori, sapori e colori. Colori che chiedono di essere visti ed espressi, immagazzinati e vissuti nella loro interezza. Un’interezza che chiede di essere accolta perché grande è lo spazio che lei ci ha riservato. Uno spazio in cui noi, piccoli esseri fragili, ci riscopriamo forti e vigorosi per il semplice fatto di esserci…
Esserci nonostante tutto e, meraviglia, esserci con la consapevolezza di poter essere altro rispetto all’immagine che abbiamo dato e che si ha di noi…
Un’immagine che assume una connotazione diversa: quella di chi, malgrado tutto, vuole continuare a vivere dignitosamente e dare significato al suo esistere…

      Tina Cancilleri


lunedì 21 ottobre 2013

A proposito di...tempo!!!

Tempo…

“Il tempo va costantemente razionalizzato e monetizzato, o al tempo si possono chiedere parentesi di umanità e basta? Amico ricco e schiavo degli appuntamenti di lavoro, perché, nella lista dei tuoi mille acquisti non scrivi anche: «vecchio orologio a pendolo»? Ma si, tra un impegno e l’altro, fai anche tu come quel sant’uomo del latinista: blocca la pendola e vola sulle nuvole. Sogna. Ritrova te stesso, sospeso tra le radici e il futuro”.
Paolo Mosca


“Sospeso tra le radici e il futuro…”.
E il presente? Dov’è il presente?
Dov’è questo tempo afferrato…catturato e reso nostro?
Perché il tempo è nostro! È nostro il tempo come è nostro il modo in cui lo vogliamo scandire…modulare…ritmare…
Scrivo ritmare perché mi piace pensare che il tempo non sia una semplice scansione di attimi ma sia ritmo…armonia…ordine e proporzione…
Perché di questo ha bisogno il tempo!
Di ordine e proporzione per dare armonia al ritmo…a quell’istante di eternità che è il nostro vivere…
Un vivere che ha bisogno di non perdere di vista le proprie radici…di non annullare il proprio presente…ma nemmeno di vivere solo in funzione del proprio futuro…
Armonia…
C’è bisogno di armonia…di equilibrio…di proporzione per rendere concretamente vero il nostro esistere…
Un esistere in cui noi siamo spesso prigionieri del tempo…di questo tempo non vissuto ma semplicemente proiettato nella vita che verrà senza, purtroppo, cercare di dare concretezza ai sogni…a se stessi…alle nuvole…


               Tina Cancilleri

lunedì 14 ottobre 2013

A proposito di...malattia!

“Portatrice sana”di…

“Voglio vederci bene e voglio che gli altri mi vedano. Gli altri, quelli che ho sfuggito per mesi, chiudendomi dentro casa, quelli che ti guardano pensando com’eri, a come sei, un lampo fuggevolissimo di compassione, una preghiera al loro dio perché gli eviti questa fine. I vicini”.
                                                                                  Cesarina Vighi

È sempre difficile confrontarsi con una malattia, ma è ancor più difficoltoso accettarla, “sentirla” tua.
Ed è come sentirsi degli estranei non soltanto verso se stessi, ma anche verso gli altri perché non ci si “vede” più. Ed è come esser divenuti trasparenti all’improvviso e non sapere da dove ricominciare per attingere colore, consistenza, significato, spessore. Uno spessore, un significato, una consistenza ed un colore che non si vedono perché assumono sfumature diverse; sfumature che, inizialmente, non si è in grado di cogliere perché tante le paure che ci assalgono ed infinite le inquietudini che ci assediano e fanno man bassa di noi, delle nostre certezze,delle nostre insicurezze.
Tutto intorno a noi vacilla, e non c’è spazio per gli altri, come non c’è spazio per se stessi, per la ricostruzione, per la riedificazione di se stessi.

Tutto ci porta a schivare noi stessi e gli altri per la paura di non essere in grado di reggere il confronto, lo sguardo di coloro che ci circondano e che vedono in noi “il volto della malattia”. “Un volto” che vediamo soprattutto noi perché non siamo in grado di eludere i cattivi pensieri e gli stati ansiogeni che noi stessi ci creiamo perché siamo incapaci di guardare oltre quella “diversità” che siamo noi stessi ad incrementare, a fomentare, a stimolare con le nostre chiusure, i nostri presunti limiti, i nostri probabili confini.
E non c’è nulla che riesca a distoglierci da quella che è la nostra nuova condizione, il nostro nuovo modo di essere, il nostro modo di vederci e di rapportarci agli altri. Tutto ci riporta ineluttabilmente alla realtà…alla nostra realtà.
E non riusciamo a vedere nessuna forma di concretezza tranne quella di quel “male”, di quella “condanna” che ci “rode dentro” e che ha stravolto la nostra esistenza rendendoci diversi, distanti, difformi da noi stessi e dagli altri.
Ma è nel momento stesso in cui quel “male”, quella “condanna”, ci allontanano anni luce da ciò che eravamo e ciò che siamo diventati che riemerge la voglia di ricostruire, reinventare e rivedere se stessi.
Ed è come se tutto ad un tratto un lampo di luce avesse acceso in noi quell’orgoglio sopito e ci riportasse in vita facendo riaffiorare fierezza, forza, coraggio, ardore.
Ed è proprio quell’ardore, quella nuova luce negli occhi che ti spinge a creare movimento, dinamismo, vivacità intorno a te stessa e alle persone  che ti circondano e che, dopo tanto tempo o per la prima volta rivedono/vedono la vera te stessa.


     Tina Cancilleri

giovedì 19 settembre 2013

Equivoche malattie o malattie equivoche?

Equivoche malattie o malattie equivoche?
A volte mi chiedo cosa spinga i medici a sottovalutare il malessere di un paziente. Forse perché, a pelle, il paziente non gli sta simpatico; forse perché i sintomi della malattia non sono “sensazionali”, o forse perché i sintomi non presentano nemmeno tutte le caratteristiche per rientrare in una diagnosi compiuta. Forse è proprio questa  difficoltà ad “uscire dagli schemi da manuale” che porta, poi, a forme di sofferenze diverse da ambo i lati.
Il medico perché “non capisce o non ha voglia di mettersi in discussione” con una diagnosi di difficile soluzione ed il paziente perché si ritrova a dover lottare contro i muri dell’incomprensione e contro se stesso perché inizia a pensare di essere lui il problema.
Ed è così che inizia il calvario di tutti quei pazienti che si ritrovano ad essere “accusati” di ipocondria semplicemente perché il proprio malessere non rientra tra i canoni comuni. Ed è questo “non comune” che porta a sofferenze indescrivibili. Sofferenze che non riguardano solo l’aspetto fisico, ma anche e soprattutto quello psicologico perché non si riesce più a dare una giusta dimensione al proprio dolore. Ed è così che inizia una morte psicologica lenta, graduale, progressiva; progressiva come la malattia che li colpisce e non gli dà tregua influenzando e scandendo le loro giornate in base ai suoi ritmi, alle sue esigenze, ai suoi campanellini d’allarme che prima erano capaci di cogliere ma che adesso li lasciano indifferenti. Indifferenti come chi non ha dato loro ascolto ed ha sottovalutato le loro sofferenze e le ha considerate nient’altro che un’espressione di debolezza, di mancanza di forza, di incapacità a tollerare il dolore.
E non importa se adesso si è data una giusta direzione al proprio percorso di malato. Si ha sempre paura che l’impostazione data non sia quella adatta, quella idonea a loro perché troppe sono state le “inversioni di rotta” e troppe sono diventate le perplessità su un’ipotetica soluzione al proprio problema. Non è un caso che il tempo trascorso non abbia lenito il dolore ma lo abbia accentuato e che una “terapia del dolore” venga vista come l’ennesima invadenza, l’ennesima violenza, l’ennesimo tentativo di attenuare un dolore che, ormai, non si è più capaci di cogliere perché non fa più parte del loro “vocabolario” il concetto di “normalità”…
Una “normalità” persa per sempre e che ha bisogno di essere ricostruita con canoni diversi: quelli del malato cronico…


                   Tina Cancilleri

mercoledì 18 settembre 2013

Soglie...
Per quanto si possa essere aperti al dialogo non ci si racconta mai sino in fondo, ci si ferma sempre sulla soglia. Forse perché si ha paura a mettere a nudo i propri sentimenti, le proprie emozioni, i propri stati d’animo o forse perché si è sempre sulla soglia che vengono dette le cose più importanti, più significative, più vere.
Quelle che “vengono buttate lì” e poi ritornano come un eco, come una voce che “silenziosamente” ti entra dentro e ti induce alla riflessione ed è come un tarlo, un “pensiero molesto” che ci chiede di essere ascoltato e non ci dà tregua sino a quando non gli diamo il giusto peso. Un peso che, spesso, ci disorienta e ci fa avvertire una dolorosa sensazione di precarietà che è difficile gestire perché “l’associazione di pensiero” che si è creato ha fatto si che fluissero dentro di noi, con estrema nitidezza, ricordi sopiti, memorie anestetizzate e reminiscenze intorpidite dalla volontà e dal tempo.
Un tempo che, nonostante il desiderio di cancellazione e soppressione ha tenuto stretto a se anche i pensieri più malevoli e li ha riportati alla luce nel momento in cui siamo soliti “abbassare la guardia”: sulla soglia.
Su quella soglia che proprio per la sua essenza, per la sua natura intrinseca, ci richiama ad essere ciò che siamo: esseri in bilico tra passato e presente; tra ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che vorremmo essere; tra ciò che mostriamo e ciò che celiamo; tra ciò che tratteniamo e ciò che liberiamo; tra ciò che reprimiamo e ciò che facciamo esplodere dentro e fuori…
Ed è sempre “sulla” soglia che tutto ha inizio perché è da quel “attraversamento” inconsapevole che impariamo a percorrere strade nuove…


                 Tina Cancilleri  

lunedì 9 settembre 2013

A proposito di...sentimenti d'amore!

“I sentimenti d’amore e di voler bene sono i grandi malati del nostro tempo”
Giacomo Dacquino

Difficile non dare credito a queste parole come difficile è non pensare che, nella nostra società, non ci sia più spazio per sentimenti d’amore come l’affetto.
Già! L’affetto…Quel sentimento che ci avvicina all’altro incondizionatamente e ci regala ricchezza; la ricchezza dell’incontro, dell’accrescersi, del donarsi…

Perché l’affetto è un dono! È un grande atto d’amore che ci fa star bene e che produce in noi un’esplosione di colore talmente ricca e varia che si ha solo bisogno di allargare le braccia ed accogliere, accogliere l’altro. Quest’accogliere non implica mai rinuncia ma semplice desiderio di incamminarsi insieme nei sentieri della vita. Una vita che assume significato solo nel momento in cui la rendiamo piena; piena di emozioni.
E non importa se, ogni tanto, queste emozioni assumono una connotazione negativa e si tingono di scuro perché è proprio grazie all’arrivo dell’oscurità che si coglie la bellezza della luminosità…dei colori.
Perché la vita è colore!

Non esistono le esistenze spente…
Esistono le esistenze bige, ma non spente. Sta a noi non spegnerci e trovare sempre la giusta dimensione del nostro esserci. Un esserci fatto di alterità, di incontro con l’altro; un incontro a cui non deve mai mancare il piacere della scoperta e della conquista; la conquista dell’altro, di quella parte di noi che non ha nessun altro obiettivo se non quella di vivere un sentimento con semplicità, con stupore, senza la presunzione di voler superare i limiti di quel vissuto emotivo che ci appartiene e che rende la nostra esistenza un meraviglioso mistero: il mistero di esserci.


          Tina Cancilleri  

lunedì 2 settembre 2013

A proposito di...Attivismo!!!


A proposito di…Attivismo!!!
In questi giorni, parlando del No Muos di Niscemi, mi sono sentita chiedere spesso se fossi un'attivista o meno. Ed è stato questo insistente chiedere per poter "etichettare" che mi ha portato a riflettere su questa parola: ATTIVISTA. Ma chi è l'attivista? E cos'è l'attivismo?
Più penso a queste due parole ed al loro significato e più cresce il mio rammarico nel rendermi conto che troppo spesso si abusa di queste due parole senza coglierne il senso ed il significato più vero. E più ci penso e più mi accorgo che, oggigiorno, si tende a ridurre tutto ad una definizione o ad una parola..Già! Tutto viene ridotto ad una sola parola. Ed è quella parola che poi definisce il tuo agire ed il tuo essere parte del mondo. Come se potessimo ridurre tutto, anche i rapporti umani, ad una sola parola! Come se potessimo ridurre il nostro operato ad una semplice azione. Quando mi sento porre domande simili mi chiedo quanta importanza abbiano, in ognuno di loro/di noi, parole come diritto, amore fraterno, solidarietà, emozionalità. Già! Perché l'uomo vive di principi, esprime emozionalità, dona solidale affetto, lotta per i propri e gli altrui diritti e non voglio pensare che tutto si riduca a delle mere definizioni che tendono solo a categorizzare le persone...

A me piace pensare che, semplicemente, siamo delle persone capaci di cogliere la sofferenza ed il dolore di chi ci circonda e di non far loro avvertire il peso della solitudine a prescindere dal colore politico, dal credo religioso, etc....
Sono unicamente queste le motivazioni che mi spingono a volgere il mio ultimo pensiero della sera ai ragazzi di Niscemi, alla comunità di Niscemi, ai cittadini di Niscemi...
Lascio agli altri, poi, il "piacere" dell' "etichetta"...

Tina Cancilleri