lunedì 14 gennaio 2013

Racconti di...mafia!!!


Padri di “famiglia”…

 
“Non parlo”!
Erano state queste le parole di Giovanni davanti a poliziotti e magistrati!
Lui, uomo di “Cosa nostra”, aveva un curriculum inappuntabile da preservare!
Non sarebbe stato quell’arresto a scalfirlo e così…nonostante la gravità delle imputazioni…la richiesta di collaborazione…Giovanni continuava a mantenere il classico portamento degno di un capo.
Non poteva permettersi di esitare!
Non adesso!
Non ora!
Era troppo importante il suo silenzio!
Una parola in più e…tutto ciò che si era faticosamente conquistato, passo dopo passo, sarebbe andato perduto!
Doveva stare calmo!
Doveva riflettere!
Doveva mantenersi lucido!
“La miglior parola è quella che non si dice”, continuava a ripetersi.
Almeno…non adesso!
Non ora!
Nessuna esitazione, adesso!
Nessun cedimento, ora!
Il momento era importante, cruciale!
Silenzio!
Doveva stare solo in silenzio!
“Lei” avrebbe compreso!
Era troppo vicino alla meta!
Silenzio!
La “famiglia” osservava!
Silenzio!
La “famiglia”…tra quelle quattro mura…sentiva!
Silenzio!
La “famiglia” vedeva!
Silenzio!
La “famiglia” esigeva!
Silenzio!
Giovanni sapeva…”Il silenzio è d’oro”!
Giovanni non parlava…non sentiva…non vedeva!
Giovanni non poteva…
Non adesso!
Non ora!
L’obiettivo…non doveva perdere di vista l’obiettivo!
“Lei” avrebbe compreso!
Era un monito il suo!
Silenzio!
“Lei” avrebbe dato il giusto peso all’evento!
Silenzio!
Nessuna parola!
Non adesso!
Non ora!
Solo silenzio perché…si sa…”il silenzio è d’oro”!

Tina Cancilleri

 

domenica 13 gennaio 2013

Silenzi...

Silenzio...assenza di rumore...di suoni...di parole...di voci...
Solo silenzio...silenzio e vuoto...un vuoto che non ti riesci a spiegare ma che fa parte di te...delle tue giornate...del tuo relazionarti al mondo...
Vorresti colmarlo...riempirlo...renderlo vivace, eppure...
Eppure ti accorgi che...per quanto tu cerchi disperatamente di affidargli un suono...una parola...una voce...non ne sei capace...non sei capace di riempire gli spazi e quindi...senza grandi patemi...rimani ancorato ai tuoi fedeli compagni:il silenzio ed il vuoto...

venerdì 11 gennaio 2013

Attenti!!!! Attenti al MUOS!!!!

Amici miei,
ci sono occasioni in cui non si può rimanere indifferenti al richiamo della propria coscienza e bisogna avere il coraggio...la forza...il vigore giusto per stringersi in un abbraccio solidale...
Un abbraccio forte...vigoroso...coraggioso al punto tale da unirsi a coloro che lottano per un diritto...un diritto comune...Un diritto che non riguarda soltanto la Sicilia...
...ma l'intera comunità...la comunità di cittadini che non possono accettare l'usurpazione di un diritto...
...Non si può rimanere inermi di fronte ad un sopruso...al sopruso di forze militari che ledono i nostri diritti...
DIAMO VOCE ALLA NOSTRA COSCIENZA!!!


Venerdì, 11 gennaio 2013: il venerdì nero della Sicilia inizia presto. Poco più tardi passa la gru che completerà la costruzione del MUOS nella sughereta di Niscemi 
Già all’una, in piena notte, numerosi mezzi, blindati e non, della polizia e dei carabinieri con centinaia di uomini in assetto antisommossa cinge un assedio spaventoso alla contrada Apa-Ulmo di Niscemi. Scopo dei blocchi, evidente e dichiarato (e forse pure annunciato dalle parole, solo all’apparenza prive di senno, di ministri tecnici e mestieranti della politica) è impedire il transito ai cittadini, siciliani e non, diretti al presidio No MUOS. Un presidio, peraltro, sorto su una proprietà privata di cui il movimento sta perfezionando l’acquisto.
Ma il perché di un tale schieramento contro semplici cittadini, pacifici, armati solo delle proprie ragioni (ragioni peraltro sancite dal buon senso prima ancora che dalle norme del diritto italiano e comunitario, dalla costituzione italiana e persino dalle convenzioni e dai trattati internazionali) non sfugge: quello schieramento vuole sì spaventare, dissuadere mi sembra inappropriato, ma non solo. Vuole spaventare, ma punta a impedire, riuscendoci, ai padri e alle madri di famiglia e ai numerosi ragazzi accorsi, anche solo di avvicinarsi al tragitto che seguirà la gru.
Già la gru: “grazioso” aggeggio meccanico che solleva quattro o cinquecento tonnellate sino a 165 metri di altezza. Avete sentito bene: 165 metri. Cosa solleveranno mai, stavolta? E tanto in alto? Niente di che, normale amministrazione per le arms-mafie e i signori della guerra: ciò che ancora manca all’arma perfetta per le guerre del terzo millennio. Ossia le parabole che completeranno la costruzione della stazione di terra del MUOS in Sicilia all’interno della riserva naturale Sughereta di Niscemi ove sorge una base militare a esclusivo uso della marina militare degli Stati Uniti. Per due mesi gli attivisti No MUOS con la loro pacifica azione di denuncia sono riusciti a ritardarne il passaggio. Oggi, di colpo, non possono più avvicinarsi: il governo italiano ha deciso, rendendosi complice, di fatto, delle logiche della guerra e degli interessi della shock economy, di un’economia basata sulla guerra e che realizza, in barba a ogni crisi, affari fiorenti e profitti miliardari. Profitti dell’industria bellica che hanno un alto, altissimo, costo sociale e umano: queste armi di Niscemi, a forma di tre antenne paraboliche, grandi ciascuna quanto un campo di calcio, posizionate su giganteschi pilastri di cemento armato alti 150 metri circa, causano gravi danni (oltre che all’ambiente e alla sua bellezza e varietà di flora e fauna) alla salute e alle attività umane, economiche o ricreative che siano. E non basta: il MUOS è circondato da 91 antenne (che, forse, ma non posso dirlo con certezza, nel frattempo sono diventate 95) alcune alte decine e decine di metri, una addirittura 150 metri. Antenne tutte utilizzate esclusivamente dalla marina militare americana, senza che lo stato italiano o la NATO vi abbiano il benché minimo accesso, per guidare droni (aerei senza piloti che stazionano in Sicilia, sempre più impiegati nelle operazioni belliche), sottomarini ad armamento nucleare, missili. Antenne che studi del politecnico di Torino, o compiuti da fisici indipendenti e da agenzie pubbliche di ricerca hanno accertato, non solo come nocive, ma come letali perché superano di molto i limiti consentiti dalla legge. Una legge aggirata anche dalla rigidissima normativa regionale che, con un codicillo al regolamento emanato il 5 settembre scorso, non si applica “agli ambiti militari”… Sic!
Chi arriva nelle prime ore di questo venerdì nero, i più in macchina, qualcuno a piedi, si trova dinanzi la polizia, nei suoi minacciosi equipaggiamenti, schierata davanti a fari accecanti, telecamere blindate e idranti puntati contro la gente. I mezzi sono schierati a bloccare le strade: una paletta intima l’alt, una folta pattuglia di irriconoscibili agenti armati di manganelli in mano e protetti da caschi e scudi circonda chi arriva. Realizza l’accerchiamento con fare svelto, professionale, distaccato e poi grida una sola frase: “di qua non si passa.” Se sei alla guida, provi a farfugliare qualcosa, se puoi fare inversione, mentre chi sta nel sedile accanto al tuo attacca un “la leucemia ce la prendiamo tutti, anche i vostri figli”, intanto armi da fuoco impugnate da altre mani guantate spuntano a dar manforte a chi minaccia l’uso del manganello. La frase cambia di poco, ma il tono è ancora più perentorio: “di qua non si può passare”. Dal buio spunta un altro agente, che si agita, tradendo l’aplomb dei suoi colleghi, e ti intima di abbassare le luci. Non avendo capito al volo, abbassi il finestrino, in cuor tuo stramaledici quel sant’uomo di Rosario Crocetta che se avesse revocato le autorizzazioni, lui che poteva, ti avrebbe risparmiato l’umiliazione di vederti un manganello sfiorarti il naso fin dentro la macchina perché non hai abbassato le luci che disturbano le riprese delle telecamere dal blindato. Capisci, però, che ti aspetta di peggio. E che il blitz notturno, perché è di notte che si muove chi ha qualcosa di losco da fare, perché il favore della notte arride ai signori della guerra, ti vedrà soccombere. Ma non ti arrendi subito, ragioni, cerchi di unirti ad altri, ti informi.
Saputo, con una certa approssimazione, dov’è arrivato il lento viaggio notturno della gru, se sei in mezzo a quella gente che almeno vuol vedere e poter raccontare a tutti quel che stanno facendo di notte e lontano dagli occhi della stampa locale e nazionale, percorri mille viottoli di campagna, fino a quando ne trovi uno non presidiato in armi e aggiri il blocco.
Sai che altri sono più avanti, stanno tentando di rallentare il transito della gru e del convoglio che la scorta: una colonna composta da una mezza dozzina di camion, molti mezzi e tanti uomini della polizia e dei carabinieri. Sai che quelli che sono andati un po’ più in là sono già stati sopraffatti, ma fai anche tu la stessa cosa degli altri: ti fermi e aspetti. Il freddo punge, le voci si rincorrono ai cellulari o con lo scambio di sms, il tempo passa in un attimo e arriva il convoglio. Alzi le mani, applaudi, ti fai vedere: si fermano. Provi a dialogare con i celerini (lo so che non si dice più così, ma non li voglio offendere, per carità), ma ti rendi conto che ti eri illuso: uno in borghese, in mezzo a quelli come te, si mette di lato e dice, teatrale: “Al tre!” Tutti lo guardano, lui scandisce: “Signori, u-no, due-e, TRE!”. Ti strattonano, in tanti, ti spingono, con gli scudi, con i manganelli con le mani guantate. Anche l’ultima resistenza è piegata. Qualcuno si rialza, grida, invoca. Un celerino, detto sempre senza offesa, si sofferma un momento e ti parla in siciliano — che arte, in mezzo fra il cinico e il qualunquista che gli hanno insegnato! — per dirti quello che non ti aspetti, quasi a giustificarsi: “Abbiamo l’ordine di farli passare, non possiamo fermarli, prendetevela con gli onorevoli che avete votato, non ce n’è al vostro paese?”
“Già, gran pezzo di rintronato”, gli vorresti rispondere, “io di gente così non ne voto”, ma lui si è già unito ai suoi colleghi. Peccato non portasse un cartellino identificativo, obbligatorio per tutti gli altri dipendenti delle pubbliche amministrazioni.



Lettera di un paziente al proprio medico...


Lettera di un paziente al proprio medico...
Gentile dr.ssa S.,
difficile “mettere su carta” emozioni, come difficile è cercare di spiegare…esprimere…manifestare i sentimenti che accompagnano questa lettera…
Già! Una lettera…la lettera di una paziente che, a distanza di un anno, mette sulla bilancia i risultati ottenuti e gioisce…
Gioisce per due motivi:
1.    perché comincia a star meglio;
2.    perché nel suo “percorso di malata” ha avuto la fortuna di incontrare un medico che si è preso cura di lei… Una cura attenta…delicata…empatica…talmente empatica da rendere meno doloroso il disagio della sofferenza…del malessere…dell’incapacità di affrontare con forza la quotidianità...una quotidianità contrassegnata dal confronto con i propri limiti…limiti che una paziente non sempre è disposta ad accettare…
Ma un bravo medico…un medico come lei…riesce a rendere più semplice anche ciò che è difficile, ossia la convivenza con una malattia ed io…da paziente poco paziente (scusi il gioco di parole!) , non posso non ringraziarla!
Non posso non ringraziare quel medico, quella S., che rappresenta il perfetto connubio di professionalità e umanità…Un’umanità solare perché intrisa…carica di energia positiva…l’energia di chi ama il proprio lavoro e lo fa con sguardo attento verso l’altro…quell’altro che non è un semplice malato o una banale diagnosi ma è una persona…un individuo…un individuo fatto di carne ed ossa ma anche di raziocinio e di cuore…un cuore attento alle sfumature…alle sfumature di chi…per lavoro ma anche per predisposizione interiore…si prende cura di lui…

Tina Cancilleri

domenica 30 dicembre 2012

Racconti di...mafia!!!


Strade nuove...

 L’alba è appena sorta e la città sonnecchia ancora. Non son pochi i pensieri che affollano la mente, solitamente lucida, di donna Carmela. Mentre si avvia lentamente verso il Palazzo di giustizia, con passi incerti dovuti all’età ed agli acciacchi, voci e urla continue rimbombano per tutta la strada. Proprio sul marciapiede di fronte gli strilloni de “L’Ora”, il famoso quotidiano della sera di Palermo, gridano a squarciagola: “Una donna accusa i boss…una donna accusa i boss!”.
Neanche questo fracasso e frastuono di voci insistente la distrae. Lei, un’anziana donna, moglie di un boss mafioso ucciso per un “conflitto di interessi” all’interno della “famiglia”, ha altro a cui pensare.
La tensione è alta perché la donna di cui tutti parlano è proprio lei.
Proprio così!
È lei la donna che tutti accusano di infamia!
È lei la donna che ha voluto rompere il muro di silenzio e d’omertà che la circonda!
È lei la donna che ha deciso di stare dall’altra parte della barricata!
È lei la donna che, per salvare il figlio, entrerà in quell’aula di tribunale e punterà il dito contro mandanti e carnefici!
È lei la donna che, nonostante i moniti e gli ammonimenti della “famiglia”, ha deciso di mettere a nudo le varie facce della mafia!
È lei la donna che non vuol più essere cieca e sorda alla dignità umana!
Proprio così!
È lei la donna che, con il suo temerario gesto, vuol dimostrare al figlio che carisma…impulsi emotivi…desideri…ambizioni devono essere indirizzati verso la realizzazione di una identità nuova, onesta, integra, pulita!
Con la morte del marito e la conseguente riflessione che ne era scaturita, lei aveva compreso che bisognava dire basta!
Basta agli spargimenti di sangue!
Basta alle strategie dell’organizzazione!
Basta alla rete di connivenze portatrice solo di morte e distruzione!
Basta alle verità insabbiate e celate!
Basta alla viltà umana che rende ciechi e sordi!
Lei aveva finalmente compreso!
“Non si può risolvere una questione di mafia ricorrendo alla mafia!”, pensava tra sé Carmela mentre saliva i gradini del Palazzo di giustizia.Carmela era pronta…pronta ad imboccare una strada nuova…!
 
Tina Cancilleri

 

sabato 8 dicembre 2012

Recensione di...Finitòria di Ezio Tarantino



Ezio Tarantino
Finitòria


Edizioni: Nulla die
Collana: Lego Narrativa
Data pubblicazione: 2011
Dettagli: p.194
Isbn: 9788897364290


“Eh, ormai siamo alla finitòria!”

Alla finitòria!
A cosa?
Alla finitòria…”alla fine…verso la fine”!

Come mette in rilievo lo stesso autore, solo nel dialetto siciliano…nella lingua siciliana…possiamo trovare una parola così densa di significato. Una parola in cui si intrecciano culture e idiomi di diverse estrazioni ma anche una parola capace di esprimere cose, situazioni o sentimenti.
Ed è da questa parola che bisogna partire all’atto della lettura di questo romanzo. Un romanzo siciliano ed intriso di sicilianità ma, al tempo stesso, un romanzo in cui i siciliani non parlano in dialetto (come il titolo potrebbe far pensare!), non vivono nella mafia (come la storia potrebbe far sospettare!) ma contro la mafia…contro quella sottocultura diffusa che ci impedisce di vedere la Sicilia ed il fenomeno mafioso con occhio diverso, più critico, più obiettivo…
Ed è da questa criticità…da quest’occhio diverso che è necessario far emergere il doppio filo…l’ambiguità di fondo tra…“verità vera” e “verità voluta” di cui è intriso tutto il romanzo. Un romanzo in cui la “verità voluta” porta alla doppia morte: una morte fisica, che è quella da cui parte il romanzo, ma anche una morte morale. Una morte che uccide un’intera comunità perché incapace di espiazione vera. L’autore, attraverso i suoi personaggi, ci descrive quella Sicilia che, se da un lato vuole voltar pagina, dall’altro, non osa ribellarsi al potere mafioso. Un potere che, associato al senso tragico della vita ed alla visione disincantata della Sicilia, consente al lettore di dare spazio alla riflessione su quello che è il fenomeno mafioso, la sicilianità, la sicilitudine, il senso di appartenenza e il valore del senso civico…un valore che va conquistato e salvaguardato…protetto ed accudito. Accudito come i richiami a cui l’autore ci conduce passo dopo passo…pagina dopo pagina…descrizione dopo descrizione… Non è un caso che, man mano che si procede nella lettura, la nostra mente si ritrovi a pensare ad autori come Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Pippo Fava ma anche ad uno stile narrativo sottile e sofisticato che mette in luce il potere dell’allusività…dell’ambiguità nei discorsi e…giusto per restare in tema…del fascino sotteso e sottinteso del pirandellismo che, sino alla finitòria, accompagna questo scritto d’esordio di un narratore d’eccellenza.

Tina Cancilleri

lunedì 3 dicembre 2012

Recensione di...Periferie di Antonella Santarelli

Antonella Santarelli
Periferie

Editore: Nulla die
Collana: Nulla die sine Poesia 
Data Pubblicazione: 2011
Pagine: 46
Prezzo: euro 9,90  
Isbn: 978-88-97364-01-6






“Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch’io chiamo poesia”. 
                                                                                                                Edoardo Sanguineti

Non esiste frase più azzeccata per introdurre Periferie, la silloge di poesie di Antonella Santarelli. Essa, infatti, è come un eco, come una voce suadente che incita il lettore a volgere lo sguardo sulla realtà, sul mondo che ci circonda, sull’essenza della nostra esistenza e del nostro vivere quotidiano.
L’autrice, senza falsi moralismi o ipocriti perbenismi, ci introduce in un mondo tutto da scoprire all’interno del quale ogni singola poesia rappresenta una “piccola isola” a sé, un piccolo frammento di luce che ci porta alla conoscenza di un breve spaccato di vita: la nostra vita, la vita di coloro che quotidianamente lottano con i loro fantasmi interiori e non solo. Ogni poesia, infatti, trasuda di realtà e non ci sono filtri tranne quelli dell’autrice che ci prende per mano e ci induce alla riflessione, allo scorrere dei pensieri.
Periferie, CPT (Centro di Permanenza Temporanea), ad esempio, sono l’incipit di denuncia di una realtà di cui non si è stati soltanto testimoni oculari. In esse, c’è la volontà partecipativa di dar corpo e voce a chi, di simili circostanze, suo malgrado, è stato protagonista e vittima e Poeti ne è testamento.
Ad uno sguardo attento non sfugge l’indubbia vena sociologica che sottende ai versi che, tra l’altro, si susseguono in un crescendo di rabbia e solidarietà, di sdegno e  fratellanza. Ogni poesia, ogni verso, ogni singola frase spinge, stimola il lettore a guardare oltre, a non soffermarsi alla superficie, a volgere lo sguardo alla realtà ed a distaccarsi dall’indifferenza che, anche inconsapevolmente, lo distoglie dall’altro da sé.
La poesia di Antonella Santarelli è evocativa di una terra e delle sue donne, dei suoi uomini che vengono colti nelle situazioni più crude e spesso drammatiche, ma sempre nella dignitosa umanità a cui mai rinunciamo, come ci dice Enrico il Camallo.
Disillusione, amarezza e pessimismo sono le costanti di quella parte di scritti in cui, chi scrive, vuole soltanto fotografare l’immutabile e dolorosa realtà.
Diversa, però, è la sensazione quando l’autrice ci rende partecipi del suo sentire. Un grido di ottimismo, infatti, si può percepire in Nonostante tutto in cui prevale il sorriso e la memoria di sogni lontani, delle “parole che arrivano ancora”.
Fiducia e speranza, infine, le ritroviamo in Ustica, omaggio a quella terra struggente immersa nel blu…un blu che ci porta a pensare ad un cielo…ad un mondo inesplorato e tutto da scoprire…e che, se non ci avesse preso per mano l’autrice, probabilmente rimarrebbe tale…
Tina Cancilleri