domenica 15 giugno 2014

Paolo Borsellino, “Il discorso dell’amore”.

Ad un mese di distanza dalla Strage di Capaci, dalla morte del giudice Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ricorda il fraterno amico ed il fedele compagno in un discorso tenuto a Palermo il 23 giugno.
È il suo ultimo intervento pubblico.
Dalla sua lettura emerge con drammaticità la solitudine e l’amarezza di questo giudice che, se da un lato denuncia la mancanza di tutela da parte dello Stato, dall’altro mette in rilievo il suo idealismo, il suo amore per l’amico scomparso…per la vita…per lo Stato…per la sua Terra…

«Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con la perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte.
Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è sempre stato pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!
La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato.
Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto ed ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare dalle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria cui essa appartiene.
[…] Per lui la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni […], le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità.
Ricordo la felicità di Falcone […] quando in un breve periodo di entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: ‘La gente fa il tifo per noi’. [Qui Borsellino si ferma per quasi due minuti, per gli applausi che lo sommergono]. Questa stagione del ‘tifo per noi’ sembrò durare poco, perché ben presto sopravvenne il fastidio e l’insofferenza al prezzo che per la lotta alla mafia doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza che finì per legittimare un garantismo di ritorno, che ha finito per legittimare a sua volta provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia, il loro codice di procedura penale. E adesso hanno fornito un alibi a chi, dolosamente spesso, colposamente ancor più spesso, di lotta alla mafia non ha più voluto occuparsi.
In questa situazione Falcone andò via da Palermo.
Non fuggì ma cercò di ricreare altrove le ottimali condizioni per il suo lavoro. Venne accusato di essersi avvicinato troppo al potere politico. Non è vero!
Pochi mesi di dipendenza al ministero non possono far dimenticare il lavoro di dieci anni.
E Falcone lavorò incessantemente per rientrare in magistratura, in condizioni ottimali.
Per fare il magistrato, indipendente come lo era sempre stato. Morì, è morto, insieme a sua moglie e alle sue scorte e ora tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita, anche coloro che, per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato, hanno perso il diritto di parlare.
Nessuno tuttavia ha perso il diritto, e anzi ha il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta…La morte di Falcone e la reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono svegliarsi ancora.
Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che potremmo trarre (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia, accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità.
Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo».


Paolo Borsellino, “Il discorso dell’amore”.

sabato 14 giugno 2014

Letture sparse...

E si parla di 11 settembre e si parla di guerra...

Dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’ 11 settembre, Tiziano Terzani ed Oriana Fallaci ebbero, sul “Corriere della Sera”, uno scambio d’opinioni piuttosto acceso sul loro modo di vedere la guerra in quella particolare e drammatica congiuntura.
Tiziano Terzani, in una lettera aperta del 4 ottobre, rimprovera alla scrittrice di fomentare gli animi e di incentivare, con le sue parole, fenomeni di intolleranza.
In quell’occasione Terzani scrive…

«Gandhi diceva: “Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza”.
E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci la salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per renderla più accettabile, “libertà duratura”. O tu pensi davvero che la violenza sia il migliore modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo e mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa.
Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’aver davanti prima dell’11settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all’inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta.
Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rende sempre più tali. Pensiamoci bene…»

venerdì 23 maggio 2014

23 maggio: una data da ricordare...

23 maggio: una data da ricordare...



Ed oggi, per me come per una buona parte di siciliani, è giornata di lutto.
E' il riacutizzarsi di un dolore, di una sofferenza, di uno stato d'animo che ci accompagna come una seconda pelle perché ci ricorda la morte ingiusta e violenta di chi, in nome di un ideale, la Giustizia, ha donato la propria vita. Scrivo donato perché penso che sia un dono il loro esempio e tutti noi dovremmo farne tesoro per far sì che alcune cose non accadano. Non si può e non si deve accettare il sopruso, la violenza, la politica della sopraffazione di un fenomeno come la mafia. Non si può e non si deve accettare la connivenza e la regola del silenzio che quotidianamente ci circonda, come non si può e non si deve accettare passivamente la morte di coloro che attivamente hanno lottato e lottano contro ogni fenomeno perverso e criminoso che sistematicamente cerca di uccidere e ledere la nostra dignità di uomini onesti. Non posso e non voglio rimanere indifferente a quella parte di me che reclama Giustizia.
Non posso non ricordare!
Bisogna dare alla memoria il giusto peso, come bisogna dar peso a quegli eventi che hanno contrassegnato la Storia del nostro Paese.
Ed è questo peso che mi porta a dar spazio alla mia memoria e a ricordare la Strage di Capaci e le sue morti...
Morti che hanno fame, fame di Giustizia...

Tina Cancilleri

lunedì 7 aprile 2014

A proposito di...linguaggi!

Valenze comunicative…
Linguaggio…valenza comunicativa del linguaggio…ruolo del linguaggio…manifestazione del linguaggio…
Linguaggio! Il “ridondare” di questa parola sembra quasi un’ossessione.
Eppure non lo è. È semplicemente il metterne in rilievo l’importanza e il prenderne coscienza, consapevolezza; la consapevolezza di chi, come me, non perde mai di vista l’uso delle parole ed il modo in cui esse prendono forma, acquisiscono significato. Eppure le parole non “viaggiano” mai da sole! Esse “camminano” a braccetto con il contesto, con l’identità di chi parla, di chi si esprime, di chi manifesta il suo modo di esserci e di essere. Il suo modo di “esserci ed essere” è la sua identità nuda e cruda. Un’identità che è intrisa di una forma di comunicazione profonda e che ha un’altrettanta profonda valenza comunicativa quando accompagna ogni manifestazione di un’organizzazione criminale perché si inserisce all’interno di una precisa tradizione culturale. Tradizione che essa dialoga mettendo in rilievo la sua forza all’interno della società, del mondo circostante; un mondo in cui, in forma consapevole e non, vengono recepite influenze e sollecitazioni. Sollecitazioni che devono essere scardinate, soppresse ed eliminate affinché non si continui a perpetuare un meccanismo di identità contorta e malevola; malevola come il suo voler plasmare le giovani menti rendendole incapaci di distinguere il senso della Giustizia, dell’Onestà e della Dignità. Una dignità che va conquistata, trattenuta e difesa; difesa da coloro che vogliono dare un imprinting negativo alla cultura siciliana, alla popolazione siciliana, alla storia siciliana. Una storia fatta di colori caldi, caldi come questa terra che, “a testa alta”, sta cercando di assurgere a nuova vita.


         Tina Cancilleri

martedì 25 marzo 2014

Scrivere...

Quando scrivo, percepisco il mondo in movimento, elastico, pieno di possibilità.
Ed è come se mi si aprisse un altro mondo, un mondo pieno non soltanto di innumerevoli opportunità ma intriso di vita, una vita che pensavo di aver perso tra i meandri del mio doloroso esistere. Ed è in quel momento che, invece, riprovo il piacere di respirare nel modo giusto, totale, a pieni polmoni. Un respirare che mi dona la “visione” della bellezza del nostro vivere e che mi dà la possibilità di sfuggire dalla claustrofobia della quotidianità. Una quotidianità “malata” che, attraverso la scrittura, ha trovato una sorta di medicina che cura una malattia: il mal di vivere.


      Tina Cancilleri

lunedì 10 marzo 2014

Scrivere...

Quando si scrive non si fa altro che tradurre il proprio turbamento in parole; è sempre di se stessi che si parla e da ogni parola scritta traspare ciò che si è: un individuo che vive di emozioni; emozioni che parola dopo parola, pagina dopo pagina, divengono sentimenti capaci di esprimere un mondo. Un mondo che non sempre è facile raccontare ma che, all’atto della scrittura, assume la propria identità e muove la mano verso quella direzione che non pensavamo nemmeno di essere in grado di percorrere.
È come se la penna ci conducesse verso i meandri del nostro essere e ci spingesse a buttare fuori quel mondo interiore gelosamente custodito e che, inconsciamente, temiamo di mostrare agli altri. Ed è quella medesima penna che ci prende per mano e ci fa scoprire quelle parti di noi che non pensavamo di possedere. Ed è da questo scoprire/esplorare che emerge un nuovo Io, una nuova Identità, una nuova Persona che, man mano che scrive, si arricchisce di nuova Vita.


               Tina Cancilleri

sabato 8 marzo 2014

A proposito di..."Sconfitte"

“Appartiene alla mia natura non considerare irreparabili le sconfitte”.
Massimo Gramellini

La sconfitta!
Che cos’è la sconfitta? Che cosa rappresenta la sconfitta?
È uno stato d’animo, un sentimento o semplicemente senso di sopraffazione?
Non saprei…
Se dovessi dare una definizione o un significato a questa parola non saprei proprio da dove iniziare. Forse perché è da rapportare ai periodi della vita o forse perché semplicemente mi piace pensare che ad una sconfitta segue sempre una vittoria, una rinascita, un trionfo della forza interiore sullo sconforto, sullo scoramento, sulla prostrazione di fronte agli eventi negativi della vita.
Ed è come se quella/questa parola portasse con sé emozioni che difficilmente si riescono a controllare perché problematico è il rapporto con tutto ciò che ci crea disagio, difficoltà, imbarazzo o senso di oppressione.

Già! Oppressione verso qualcosa che va al di là della nostra volontà, della nostra capacità di autocontrollo, della nostra facoltà di gestire quegli stati d’animo che creano scompiglio e caos dentro di noi, dentro quella meravigliosa macchina interiore che è il nostro cuore. Un cuore che, come in una “torre di Babele”, conserva e trattiene tutto ciò che è esperienza, movimento, vita…


                                                       Tina Cancilleri