Ad
un mese di distanza dalla Strage di Capaci, dalla morte del giudice Giovanni
Falcone, Paolo Borsellino ricorda il fraterno amico ed il fedele compagno in un
discorso tenuto a Palermo il 23 giugno.
È
il suo ultimo intervento pubblico.
Dalla
sua lettura emerge con drammaticità la solitudine e l’amarezza di questo
giudice che, se da un lato denuncia la mancanza di tutela da parte dello Stato,
dall’altro mette in rilievo il suo idealismo, il suo amore per l’amico
scomparso…per la vita…per lo Stato…per la sua Terra…
«Giovanni Falcone lavorava con perfetta
coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso.
Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe
condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con la
perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte.
Perché non è fuggito, perché ha accettato
questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è sempre stato pronto
a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!
La sua vita è stata un atto d’amore verso
questa sua città, verso questa terra che lo ha generato.
Perché se l’amore è soprattutto ed
essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa
meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto ed ha il
significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile
dare dalle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere
migliore questa città e la patria cui essa appartiene.
[…] Per lui la lotta alla mafia non doveva
essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale
e morale, che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni […], le
più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa
rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità,
e quindi della complicità.

Ricordo la felicità di Falcone […] quando
in un breve periodo di entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati
dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: ‘La gente fa il tifo per noi’. [Qui
Borsellino si ferma per quasi due minuti, per gli applausi che lo sommergono].
Questa stagione del ‘tifo per noi’ sembrò durare poco, perché ben presto
sopravvenne il fastidio e l’insofferenza al prezzo che per la lotta alla mafia
doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza
alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza che finì per legittimare
un garantismo di ritorno, che ha finito per legittimare a sua volta
provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla
mafia, il loro codice di procedura penale. E adesso hanno fornito un alibi a
chi, dolosamente spesso, colposamente ancor più spesso, di lotta alla mafia non
ha più voluto occuparsi.
In questa situazione Falcone andò via da
Palermo.
Non fuggì ma cercò di ricreare altrove le
ottimali condizioni per il suo lavoro. Venne accusato di essersi avvicinato
troppo al potere politico. Non è vero!
Pochi mesi di dipendenza al ministero non
possono far dimenticare il lavoro di dieci anni.
E Falcone lavorò incessantemente per rientrare
in magistratura, in condizioni ottimali.
Per fare il magistrato, indipendente come lo
era sempre stato. Morì, è morto, insieme a sua moglie e alle sue scorte e ora tutti
si accorgono quali dimensioni ha questa perdita, anche coloro che, per averlo denigrato,
ostacolato, talora odiato, hanno perso il diritto di parlare.
Nessuno tuttavia ha perso il diritto, e anzi ha il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta…La morte di Falcone e la reazione
popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono
svegliarsi ancora.
Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito
verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo
il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici,
rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che potremmo trarre (anche
gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia,
testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia, accettando
in pieno questa gravosa e bellissima eredità.
Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone
è vivo».
Paolo Borsellino, “Il discorso dell’amore”.